giovedì 18 dicembre 2008

Eutanasia. Testamento biologico

Argomento sempre caldo e dibattuto, l’eutanasia non smette di fornire spunti per discussioni interessanti, anche se, è innegabile, spesso hanno la brutta tendenza a degenerare rapidamente. Troppo diverse le posizioni in campo, arroccate su opposti spesso inconciliabili ed incapaci di un dialogo costruttivo. Menti brillanti offuscate dalle proprie convinzioni risultano nient’altro che un cavallo coi paraocchi che vorrebbe correre nel prato ma non smette di andare a sbattere contro qualche albero.
Lungi da me addentrarmi in questo campo minato, non se ne uscirebbe più. Non si può dire cosa è giusto o cosa non lo è, come si pretende spesso di fare, ma penso ognuno abbia la propria opinione in merito ed andrebbe rispettata.
Sotto il termine eutanasia possono rientrare tantissime situazioni, molto diverse l’una dall’altra. Quando si fa un discorso in merito bisognerebbe innanzitutto avere presente questo punto di partenza fondamentale. A grandi linee, si può parlare di eutanasia volontaria (quando c’è un’espressa richiesta del paziente) e non volontaria (quando ad esempio il paziente è incapace, impossibilitato ad esprimere la propria opinione). Di eutanasia attiva, quando si interviene in maniera diretta (ad esempio somministrando apposite sostanze) per procurare la morte del paziente e di eutanasia passiva, allorché la morte sopraggiunge per cause indirette (per esempio quando si ha l’astensione da interventi che manterrebbero in vita il paziente). Altri casi di cui bisogna tener presente e che rientrano spesso nel discorso sono il cosiddetto suicido assistito (quando non si ha un intervento diretto di terzi ma è il paziente stesso a porre fine alla propria vita per evitare ulteriori sofferenze con conoscenze/mezzi forniti dal medico) e l’accanimento terapeutico (ovvero il ricorso a interventi medici di prolungamento della vita al fine di sostenere artificialmente le funzioni vitali di individui affetti da patologie inguaribili).
In queste brevi definizioni, dietro questi termini del tutto generali ondeggia una grande varietà di situazioni, a seconda del quadro clinico del paziente.
La situazione va valutata da molti punti di vista che andrebbero scissi per valutare serenamente la questione, ma le discussioni in ambito religioso, giuridico, politico, etico, medico, filosofico, morale, scientifico continuano ottusamente a stagnare sempre sugli stessi punti.
Comunque, inutile negarlo, anche all’interno di ognuno di noi vi sono spinte contrapposte che ci potrebbero fare propendere per una o per l’altra strada.
Una soluzione potrebbe essere il tanto citato testamento biologico in cui ogni persona esprima la propria volontà, in condizioni di lucidità mentale, in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell'eventualità in cui dovesse trovarsi nella condizione di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.
Perché, ricordiamolo, la costituzione italiana, all’art. 32 sancisce: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
Il testamento biologico penso potrebbe risolvere molte questioni, rilanciando tra l’altro la libertà di scelta di ognuno di noi. Ognuno potrebbe valutare preventivamente pro e contro di ogni sua decisione in merito e metterlo per iscritto in maniera che le sue volontà possano venire rispettate in caso si presenti quella determinata situazione. Vivendo in un paese democratico in cui “la libertà personale è inviolabile” e “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero”, ci si aspetterebbe forse che un tale “testamento” fosse già in uso da anni. Ogni persona deve poter essere sovrana nella sua sfera privata, libera da vincoli imposti da altri, e poter seguire il proprio giudizio secondo coscienza.Per quanto mi riguarda se mai mi dovesse succedere qualcosa che mi impedisca di vivere in maniera dignitosa, che mi tenesse inchiodato su un letto di ospedale, che mi rendesse dipendente da farmaci, macchine etc, che mi facesse essere soltanto un peso per gli altri, spero nessuno si opporrà al lasciarmi andare in pace, magari aiutandomi se non fossi in grado di farlo da solo. Si può pensarla in maniera diversa, ma per me quella non è vita.

sabato 13 dicembre 2008

Gatti, che passione!


Gatti. Queste piccole creature, quasi sempre tremende ed ingestibili, fanno ogni giorno compagnia a tanti di noi. Inutile dire che chi li conosce li ama profondamente.
Fin da piccolo sono stato abituato ad avere al mio fianco qualche gatto. Me ne sono capitati i tipi più disparati (da gatti semi-selvatici trovati in giardino, a quelli già ammaestrati da qualcun altro, da gatti-fantasma che non vedevo quasi mai ad altri iper affettuosi che praticamente non uscivano di casa) e li ho adorati tutti indistintamente.
Impossibile dire cosa li rende così fascinosi ai miei occhi ed a quelli di milioni di persone. Chi li conosce lo sa!
Quando si è piccoli probabilmente si è attratti dal carattere giocoso di questo compagno peloso. Il gatto non rifiuta mai! Dategli un qualsiasi pretesto per scatenarsi, correre, graffiare, saltare, mordere, catturare e lui sarà entusiasta, si getterà a capofitto nell’avventura propostagli, senza stare a riflettere, concedendosi istantaneamente al divertimento più sfrenato. Si può passare ore a farlo correre su e giù per le scale, a farlo andare dietro una pallina rimbalzina, a farsi rincorrere sbattendogli davanti alla faccia una corda, un ramo, un qualsiasi gingillo. Bisogna però dargli il contentino! Orgoglioso com’è non può accontentarsi di inseguire la sua preda improvvisata, ma dovrà catturarla. Ed una volta che l’avrà fra le zampe state pure sicuri che sarà spietato. State sempre attenti a fornirgli la vostra mano quando è eccitato, sarà dura per lui controllarsi durante questa attività così spassosa, ve la ritroverete completamente spolpata e piena di graffi e morsi. I gatti non sanno limitarsi!
Altro aspetto fascinoso dei gatti è la loro affettuosità. Un cane è fedele, un gatto no. Il gatto è un individualista, un egoista, un menefreghista, un completo egocentrico. Sono più che sicuro che sia convinto di essere lui il padrone e considera l’uomo il suo schiavetto. Il gatto è umorale e fa sempre e comunque quello che vuole. Non si fa intimidire dai richiami, non obbedisce, anzi spesso sembra fare apposta ad andare contro le istruzioni impartitegli. Se c’è una cosa che volete che non faccia, state certi che al 100% lui la farà. Però il gatto, quando vuole, sa essere affettuoso come pochi altri. Si struscia, vi salta addosso, vi fa le fusa, vi miagola, vi scodinzola, vi fa sentire felici. La sensazione che si prova nell’accarezzarlo, nel coccolarlo, nel grattargli la gola o la testa è unica, dà un sollievo incredibile e riconcilia col mondo. Dà soddisfazioni uniche.
Strano animale il gatto. Lunatico, indipendente ma socievole, scriteriato e sempre desideroso di azione, ma allo stesso tempo prudente e maestro della fuga. Animale notturno per eccellenza, di giorno è spesso un tenero pacciocone che trascorre la maggior parte del suo tempo dormendo, poltrendo e abbuffandosi come un maiale, quasi a voler nascondere al padrone la sua vera indole, ad occultargli le straordinarie e fantastiche avventure di cui è protagonista dopo il tramonto e di cui non vuole testimoni. Il gatto è anche spietato, uno dei pochi animali ad uccidere per divertimento e non per bisogno, un carnefice che si diverte a torturare le sue prede inermi e che ne porta fiero e festante il corpo esanime al padrone per mostrargli il trofeo di giornata e farsi bello ai suoi occhi. Guai a non accarezzarlo e dirgli bravo, potrebbe ignorarvi per un bel po’ di tempo, il suo orgoglio raggiunge vette maestose, un gatto è sicuramente molto più difficile da trattare di una donna snob e sofisticata.
E’ facile capire perché nell’antichità veniva trattato come una divinità, ma allo stesso tempo si può anche comprendere (ma non condividere!!!) perché nel medioevo venne messo al rogo al pari delle streghe quale animale diabolico.
Animale dai multipli volti, riassume in sé tutte le caratteristiche e sfaccettature umane. Forse non sarà il miglior amico dell’uomo, ma è bello proprio per questo.

venerdì 12 dicembre 2008

Ciudad Juàrez, la città del femminicidio. Luchadoras di Peggy Adam


Ciudad Juàrez è un’imponente città messicana dove vive circa 1 milione e mezzo di persone. Situata al confine con gli Stati Uniti e dirimpettaia di El Paso, metropoli americana collocata sulla riva opposta del Rio Grande, Ciudad Juàrez è accompagnata da una fama alquanto sinistra ed inquietante.
Sorvolando sul suo essere un vero e proprio portale d’ingresso per gli Stati Uniti, dove transitano non solo migliaia di immigrati clandestini alla ricerca di una qualche speranza ed all’inseguimento del sogno di una nuova vita, ma soprattutto la grande maggioranza della droga colombiana destinata al mercato nord-americano, Ciudad Juàrez è ormai legata in maniera inscindibile alle continue notizie dei cruenti ed orrendi omicidi che ivi avvengono ai danni delle donne.
Dal 1993 si sono avuti oltre 400 casi di omicidio di donne e 600 scomparse (che in una realtà del genere sono praticamente la stessa cosa, solo che i cadaveri vengono occultati o distrutti grazie a calce viva ed acidi invece che lasciati in luoghi pubblici dove possono essere facilmente rinvenuti).
La tipologia dei delitti è quasi sempre la stessa: le donne vengono rapite, torturate, violentate, seviziate, a volte mutilate ed infine strangolate. Passano parecchi giorni tra il rapimento ed il ritrovamento del loro corpo esanime. In quei giorni davanti ai loro occhi si spalanca un inferno inimmaginabile. Senza una colpa né una motivazione che non sia la follia umana, vedono il loro futuro, le loro ambizioni, le loro speranze, i loro affetti, i loro sogni stroncati da individui senza scrupoli, da deviati barbari e sadici che godono nell’infliggere le peggiori sofferenze agli altri, accanendosi contro le donne indifese con una ferocia disumana.
Anche l’identikit delle vittime è più o meno sempre lo stesso: i misteriosi carnefici propendono a scegliere donne di umili origini, carine, quasi sempre operaie (la maggior parte di loro lavora nelle numerose maquiladoras presenti, le fabbriche che assemblano prodotti per l’esportazione per società multinazionali), tutte di struttura minuta, brune e con i capelli lunghi.
Molte sono state le ipotesi fatte sui possibili assassini, ma la polizia non è mai riuscita (alcuni sostengono che non abbia nemmeno mai provato seriamente) ad arginare il fenomeno, né a catturare i veri colpevoli, anzi a volte è stata accusata apertamente di negligenza se non di complicità (gli assassini sembrano avere legami con importanti ambienti politici ed economici, chi denuncia i crimini viene spesso minacciato, le indagini insabbiate, il tasso d’impunità resta praticamente del 100%).
La più credibile delle possibilità fa risalire il tutto all’operato di alcuni serial killer, prontamente emulati da numerose persone. Ma tanta depravazione ed una simile spietata crudeltà restano un mistero. C’è chi parla di riti satanici, di orge perverse di narcotrafficanti, di venditori di organi, di sacrifici umani per girare snuff movies in cui la vittima viene violentata, torturata ed uccisa di fronte alla camera da presa, di rapimenti commissionati da importanti imprenditori che sfogano tutto il loro sadismo seviziando e trucidando le donne.
Mai minacciati seriamente dalle autorità e dalla giustizia, gli assassini continuano tranquillamente il loro percorso criminale, forti anche di un ambiente in cui il predominio maschile caratterizza ogni livello dell’organizzazione sociale, sia tra le mura domestiche che nell’ambito lavorativo. La società è fortemente maschilista e patriarcale, la sottomissione della donna viene data per scontata e la violenza su di essa è percepita come lecita e quasi dovuta nel caso non “rispetti” il proprio uomo.
Si capisce dunque come questo massacro infinito, questo femminicidio senza soluzione di continuità, questa violenza viscerale perpetua abbiano fatto diventare Ciudad Juàrez la città simbolo della violenza sulle donne.

E’ in questo contesto autentico che Peggy Adam ambienta la sua opera, recentemente pubblicata in Italia da 001 Edizioni: Luchadoras. La protagonista è Alma, una donna dall’aspetto piacente e dal carattere fiero ed orgoglioso che lavora in un bar e vive, con la sua figlioletta, assieme a Romel, un uomo violento appartenente ad una delle tante bande locali. L’uomo tra le mura familiari è un vero e proprio despota, non accetta rifiuti dalla donna, non è contemplata l’idea che lei abbia libera scelta ed arbitrio, Alma deve fare sempre quello che vuole lui, quello che lui le dice di fare, in particolare non può nemmeno guardare gli altri uomini, pena un litigio cruento e feroce che si conclude sempre con il pestaggio di Alma. I giorni si susseguono sempre uguali finché Alma non incontra Jean, giovane turista americano. La conoscenza con il ragazzo sembra dare una svolta alla vita di Alma, che decide anche di denunciare la violenza familiare subita ad una associazione che fornisce aiuto e sostegno alle donne.
La vicenda descritta nel libro ben rappresenta il contesto, degradante per la donna, in cui si svolgono i fatti: Alma è retrocessa al rango di bambolina senza volontà, ogni sua ribellione o tentativo di rivendicazione di sé viene pesantemente punito dal convivente che si configura come un padrone crudele e spietato.
Dal libro emerge perfettamente anche il clima che si respira in città: le continue sparizioni, il panico che queste creano tra le colleghe di lavoro, la tristezza ed il senso di impotenza di fronte ad ogni nuovo funerale, i ritrovamenti shockanti dei corpi mutilati e sfigurati fatti spesso dai bambini durante i loro giochi all’aperto.
Luchadoras fornisce un affresco di tutto ciò che spesso non si vuol vedere né sapere, narrando allo stesso tempo una storia coinvolgente ed emozionante che stupirà il lettore con il suo finale inaspettato.

domenica 7 dicembre 2008

Merce Rara affoga nel fango


SAGRADO- Merce Rara affonda nella trasferta che la vedeva opposta agli Amatori Gorizia. Dopo aver lottato e costruito buone trame di gioco nel primo tempo, la squadra si è disunita nella ripresa, perdendo completamente la bussola e facendosi rimontare e sopraffare dagli avversari.
Storicamente un campo ostico quello di Sagrado, già teatro negli ultimi due anni di epici scontri con rivali molto rognosi, che si è confermato tale al termine di una partita dai due volti, come spesso accade alla lisca di pesce.
Le cause sono ignote: un calo fisico con conseguente perdita di lucidità sembra la cagione principale di queste prestazioni altalenanti, contro peraltro giocatori dall’età avanzata (rispetto ai ruspanti giovani merciali), ma evidentemente più esperti nel gestire le proprie energie e nel correre al momento giusto.
L’esperienza si acquisisce giocando, ma probabilmente sarebbe utile un maggiore allenamento (a discrezione di ciascun atleta visto che l’unico allenamento va sfruttato per migliorare la tattica, il gioco di squadra, il modo di stare in campo, la prontezza nel distribuire la palla e trovare il compagno libero), per sopperire in qualche modo a questo gap che si presenta abitualmente.
Altre ipotesi parlano di un rilassamento mentale dopo il vantaggio, ma non vogliamo credere a queste voci.
Comunque sia nel secondo tempo nella formazione merciale l’anarchia è regnata sovrana, sono saltate le posizioni, il gioco manovrato è sparito e la sofferenza è stata continua. Un vero peccato visto che a pochi minuti dall’inizio della ripresa la lisca era riuscita a passare in vantaggio grazie ad una pregevole combinazione sulla sinistra, finalizzata dall’inserimento di De Zorzi. Peccato anche per alcune importanti occasioni fallite (una traversa nel primo tempo, alcune azioni pericolose che hanno messo a tu per tu con il portiere il merciale di turno), ma rientrano nella natura del gioco. Come ci può stare il rinvio sbagliato dello sfortunato Bortolotti, che ha spianato la strana alla rimonta goriziana.
Dispiace invece vedere giocatori immobili dopo un errore, proprio o di un compagno. Un aspetto importante su cui bisognerà lavorare, perché non accettabile.
Altro atteggiamento da correggere, il solito eccessivo nervosismo dei giocatori, ieri acuito senz’altro da alcuni interventi criminali dei giocatori avversari (peraltro non sanzionati dall’arbitro, che invece ha ammonito gli stessi per stupidaggini come le perdite di tempo sulle rimesse), ma che ormai è una consuetudine consolidata. Nell’occasione espulso Calabrò per una reazione stupida ed inutile che penalizza nessun altro all’infuori dei suoi compagni. Grazie a reazioni del genere è praticamente già sfumata la possibilità di avere una buona classifica in coppa disciplina, che avrebbe consentito la promozione anche in caso di terza posizione finale in classifica, senza contare che continuando di questo passo si verrà penalizzati nella generale.Mr Sau ha schierato il 3-4-3 che ha portato alla vittoria a Terzo d’Aquileia con in porta Alagia, in difesa al fianco dei confermatissimi Gallo e Garaffa c’è il rientrate Pangos, a centrocampo si rivede Tennina (schierato per l’occasione sulla fascia destra), coppia centrale Puschiasis De Zorzi e sulla sinistra Bortolotti, tridente Marongiu Calabrò De Monte. Subentrati Coppo, Modesti, Bella, Volpato, Berlese e Fari.

venerdì 5 dicembre 2008

San Nicolò a Monfalcone


Appuntamento rituale del calendario monfalconese (assieme ad altre pietre miliari quali il carnevale e la festa del vino), la fiera di San Nicolò è uno degli appuntamenti più amati dal popolo bisiaco.
Fin da piccoli si attende speranzosi il fatidico 5 dicembre, giorno in cui il centro, ormai sempre più spesso snobbato dalla massa e lasciato tristemente spoglio e deserto, si riempie di colorate bancarelle e accoglie una fiumana turbolenta di persone. Tra i banchetti dei venditori si può trovare un po’ di tutto, dai vestiti ai formaggi, dai giocattoli ai popolarissimi dolciumi.
I bimbi tutti emozionati e gaudenti sono inoltre abituati a scrivere la letterina a San Nicolò, visto come un Babbo Natale portatore di doni, e la notte quasi non riescono a dormire tanta è l’attesa per vedere se il buon omaccione esaurirà o meno i loro desideri e le loro più segrete speranze (inutile dire che la maggior parte delle richieste è rappresentata dai giochi più cool del momento!).
Ormai perso questo aspetto con l’avanzare imperterrito dell’età, San Nicolò resta comunque uno degli appuntamenti storici da non mancare per ogni buon monfalconese. Sicuramente si è smarrita ormai la magia del vagare tra le bancarelle, lo stupore per le piccole cose, la smania di vedere questo e quello.
Forse, crescendo ed allargando i propri orizzonti, pure l’evento fiera di per sé ai nostri occhi si è inflazionato: si arriva ad oggi con già Santa Caterina a Udine, Sant’Andrea a Gorizia (per non parlare di Cervignano e Romans) alle spalle… mentre una volta la vera ed unica fiera a cui si andava era San Nicolò.
Però questa giornata continua ad assolvere il ruolo di punto d’unione della gente della zona. E’ classico l’incontro tra le bancarelle con amici che non vedi da una vita, le rimpatriate, le chiacchiere con gente data per dispersa. Direi che proprio questo è diventato il bello della fiera, lo spirito d’aggregazione che si riesce a ricreare per un giorno.
Vediamo oggi, uno dei tanti San Nicolò all’insegna della pioggia, quanti vecchi volti riuscirò a riconoscere negli stretti corridoi pullulanti di gente tra una bancarella e l’altra (e bisognerà pure combattere per non farsi accecare dalle punte degli ombrelli!).