mercoledì 3 dicembre 2008

Donne giraffa. La vergogna degli zoo umani.


Se il nome Padaung non vi dice nulla, forse l’epiteto “donne giraffa” servirà ad orientarvi un po’. Le immagini di queste donne saranno sicuramente arrivate ai vostri occhi grazie ai numerosi documentari che imperano nella tv d’oggi, ai reportage di moderni viaggiatori che visitano paesi lontani e cercano (a volte superficialmente o artificiosamente) di dare una rappresentazione delle diverse culture incontrate ai loro compaesani occidentali.
Le donne giraffa iniziano a diventare tali verso i 5-7 anni. A questa età viene infilato loro il primo anello (dal peso di tre chili) al collo e successivamente, ogni due anni, gliene si aggiunge un altro. Il loro collo inizia così a deformarsi, si ha uno slittamento della clavicola ed una compressione toracica. Il collo sembra assumere una lunghezza di 25-30 cm. Pesanti anelli vengono speso infilati anche a polsi e caviglie.
Inutile dire che la mobilità ne risulta fortemente limitata e che sono necessari molti accorgimenti per evitare l’insorgere di problemi di circolazione (es. massaggi) e per contrastare la sudorazione, che può causare infezioni e tumefazioni alla pelle (es. nelle giornate di sole bisogna arrotolare un asciugamano al collare per evitare che i raggi arroventino l’ottone).
E’ dibattuta l’origine di questa tradizione: se si asseconda il mito sarebbe stata introdotta per proteggere le donne dagli attacchi delle feroci tigri del posto, ma c’è chi sostiene che questa pratica fosse una punizione per le donne adultere e chi dice che rappresentasse un modo per ostentare la propria ricchezza ed ottenere in tal modo rispetto.
Le donne di etnia Padaung vivono soprattutto nella zona di confine tra l’ex Birmania e la Thailandia.
Qui si è venuta a creare una delle tante situazioni vergognose, irrispettose della dignità della donna, di cui il mondo è ancora oggi pieno.
La particolarità di queste donne, infatti, richiama frotte di turisti, desiderosi di assistere a quelli che ai loro occhi appaiono come singolari spettacoli da immortalare coi spietati obiettivi delle loro fedeli macchine fotografiche, per avere qualcosa da raccontare e di cui vantarsi con i propri amici una volta tornati a casa.
Le autorità locali, sensibili al dio denaro, non hanno certo esitato a sfruttare questa provvidenza piovuta dal cielo ed hanno disposto di allestire dei veri e propri zoo umani, con tanto di biglietto d’ingresso per poter vedere e fotografare le donne giraffa (pagando si può assistere anche alla cerimonia di apposizione del primo anello al collo delle bambine). Ovviamente per la popolazione locale questa usanza spesso rappresenta una delle poche fonti di reddito e far mettere al collo della propria bambina questi pesanti anelli vuol dire avere “easy money”; ne segue che questa pratica negli ultimi anni ha assunto nuovo vigore e sempre più larga diffusione.
Chissà come si sentirebbero i turisti a parti invertite, ad essere ridotti ad attrazioni da circo private di ogni unità umana.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

riporto dal sito del corriere della sera online:

Il governo di Bangkok non le lascia espatriare: perderebbe gli incassi
Donne giraffa, l'assedio dei turisti
Thailandia, allarme per l'etnia Padaung: biglietto per vederle, come allo zoo

MILANO — Per la prima volta in 18 anni, Zember si è tolta i suoi anelli di ottone. «All'inizio mi sentivo a disagio », dice, massaggiandosi la gola. Zember, figlia di Mu Pao, è una ribelle. La sua è una protesta silenziosa e non violenta, che in qualche modo si addice al verde delle risaie intorno a Mae Hong Son, al Nord della Thailandia, al confine con il Myanmar.

Zember è una ragazza di etnia Padaung. Negli anni '90, il suo popolo ha lasciato l'ex Birmania dei generali, in fuga dall'esercito che rastrellava gli uomini per farli a lavorare come portatori. La «terra promessa» si chiamava Thailandia. Lo stesso Paese che oggi, accusa l'Onu, li sottopone a un altro tipo di sfruttamento, più sottile ma non meno letale: quello del «turismo etnico». Perché le donne Padaung hanno anche un altro nome, coniato per loro da un ormai dimenticato esploratore polacco: «donne giraffa ». Il loro collo appare lungo in modo innaturale grazie all'uso di pesanti anelli di ottone, che pesano sulle clavicole e sul torace.

Nei dintorni di Mae Hong Son ci sono tre villaggi Padaung. Gli abitanti (circa 500) sono profughi birmani; in Thailandia, secondo l'ultimo rapporto dell'Unhcr — l'Alto commissariato Onu per i rifugiati —, sono presenti 133 mila rifugiati. Dal 2005, circa 20 mila sono stati «ricollocati» in altri Paesi: niente più campi dove le giornate si susseguono una uguale all'altra, ma una vita vera, una casa, un lavoro. Fosse pure in un luogo lontano. Una nuova possibilità; ma non per i Padaung. Un gruppo di «donne giraffa» e di loro familiari è bloccato da due anni all'interno dei confini thailandesi. Le carte sono pronte, Finlandia e Nuova Zelanda hanno già offerto la loro ospitalità; «Non riusciamo a capire — ha dichiarato alla Bbc la portavoce regionale dell'Unhcr, Kitty McKinsey — perché a queste 20 persone non sia concesso di iniziare una nuova vita».

L'accusa è netta e senza esitazioni: il governo non vuole lasciar partire i Padaung per il ruolo centrale che rivestono nel circuito turistico. Perché i «lunghi colli» non vivono con gli altri rifugiati; per loro sono stati creati dei villaggi a sé, in cui anche un turista ha il permesso di entrare, purché sborsi una «tassa» da 250 baht (poco meno di 6 euro). Ufficialmente, gli abitanti non possono lavorare all'esterno; la loro sussistenza è legata alla percentuale del biglietto di ingresso che rimane nelle loro tasche. «È uno zoo umano — accusa la McKinsey —. L'unica soluzione è che i turisti smettano di andarci». Boicottaggio, dunque. Il governo, da parte sua, si trincera dietro a questioni burocratiche: i Padaung «non sono rifugiati — spiega alla Bbc il questore Wachira Chotirosseranee —; stando al regolamento, per esserlo bisogna vivere all'interno dei campi profughi» («Ma se sono state le autorità a volere che si stabilissero fuori!», replica la McKinsey). Peccato che un anno fa il senatore Kraisak Choonhavan avesse dichiarato alla Reuters: «I thailandesi, spiace dirlo, sono insensibili nei confronti delle minoranze etniche. E le "tribù delle colline" sono sempre stati un'attrazione redditizia».

Va detto che a molti dei Padaung la situazione non appare così drammatica: «Siamo al sicuro e possiamo guadagnare qualche soldo», concede Mu Pao. Ma i più giovani (tra cui sua figlia Zember) iniziano a farsi qualche domanda. «Sono felice che i turisti vengano qui — riflette Ma Ri —, ma se ci penso seriamente, capisco che lo fanno perché siamo "strani"». Un po' come i viaggiatori che percorrono centinaia di chilometri, in Etiopia, per uno scatto alle donne Mursi con il loro piattello labiale. Per l'antropologo Marco Aime (autore de L'incontro mancato. Turisti, nativi, immagini), «tutto nasce dalla domanda di primitivismo dei turisti, di fronte a cui molte popolazioni "mettono in scena" la propria cultura e tradizione »; è il caso dei Dogon del Mali, in prevalenza musulmani, che «ritornano » animisti ad uso e consumo degli stranieri. «Se da un lato questo permette di uscire da uno stato di povertà, dall'altro c'è il congelamento della creatività. Il boicottaggio? Ha un senso dove, come qui, c'è un meccanismo di sfruttamento. Ma se le tribù sanno gestire l'incontro, dimostrano di essere vive, in grado di rispondere a nuovi stimoli. E di prendere ciò che serve da entrambe le culture».

Anonimo ha detto...

Anch'io sono completamente contro la propaganda di questi "zooumani " lo so è vergognoso , ma ciò non significa che la popolazione femminile padaung non debba più continuare quest'usanza , anche se alcuanto bislacca . per i padaung questo è simbolo di vera bellezza , non c'è da meravigliarsi tanto , dopotutto , puo essere comparato al turbane per gli indiani . ad ogni modo , è estremamente importante rimanere vive le usanze di un paese , senza però far diventare di ciò una presa in giro verso una donna di suddetta etnia.

Anonimo ha detto...

sono d'accordissimo

Anonimo ha detto...

sono d' accordo dovrebbero permetterla di praticare quest' usanza senza sfruttarla per guadagnare qualcosa

Anonimo ha detto...

Forse le intersserà il volume di Martino Nicoletti, "Lo zoo delle donne giraffa: un viaggio tra i Kayan nel nord della tailandia"; Roma, Exòrma, 2011.